Promuovere comunità ecclesiali capaci di prendersi cura dei minori e degli adulti vulnerabili, facendo della tutela una responsabilità condivisa. È l’obiettivo di “Comunità che custodiscono. Itinerari formativi per una cultura comunitaria della cura e della tutela”, il nuovo strumento curato dal gruppo di studio “Modelli ecclesiali di Safeguarding” del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della CEI.
Composto da schede operative, il sussidio è pensato per favorire una sensibilizzazione diffusa, coinvolgendo gli Organismi di partecipazione, gli operatori pastorali e i fedeli. Alla base c’è la consapevolezza che la comunità cristiana deve essere “casa e ambiente sicuro, luogo di tutela e salvaguardia”, integrando questa attenzione nell’azione pastorale ordinaria con il coinvolgimento di tutti.
Il percorso si articola in tre moduli formativi. I primi due, in prospettiva interdisciplinare, mettono al centro la costruzione di relazioni di responsabilità e la cura integrale della persona; il terzo approfondisce le diverse forme di abuso, perché la comunità sappia non soltanto essere un ambiente sicuro al proprio interno, ma anche riconoscere e intercettare situazioni di vulnerabilità e abuso provenienti da altri contesti.
“In questo modo, la comunità può contribuire concretamente a spezzare le catene della vulnerabilità, sostenere percorsi di protezione e accompagnare processi di crescita, liberazione e rinnovamento”, spiegano Chiara Griffini ed Emanuela Vinai, rispettivamente presidente e coordinatrice del Servizio CEI. “Significa formare la comunità a un ‘fare e disfare’: fare, ponendo gesti e parole di cura che fanno sentire bene; disfare, diserbando ogni seme di violenza e abuso. È aiutare la comunità a percepire la tutela, come ha ricordato Papa Leone, ‘non solo come insieme di norme da applicare o di procedure da osservare. Essa chiede una sapienza che investe lo stile della comunità’”.