Una “semplice” domanda è riuscita a cambiare il nostro prossimo anno: “Te la sentiresti di vivere per un anno a Seul come volontario per la GMG 2027?” Non ci abbiamo messo molto a dire sì. Capire fino in fondo cosa significasse quel sì ha richiesto un po’ più di tempo. La proposta ci ha raggiunti per strade diverse, ma i sentimenti che abbiamo provato sono stati simili.
Una promessa da mantenere. C’è stato lo spaesamento – perché proprio noi, per una cosa così grande? – e insieme la sensazione che quella domanda non arrivasse dal nulla: da una parte c’era il desiderio di vivere, dopo la laurea, un’esperienza di servizio in un contesto nuovo; dall’altra c’era la promessa fatta a noi stessi a Lisbona, quando fu annunciata Seul come sede della prossima Gmg, di esserci in qualche modo. Il sì, per entrambi, è arrivato in pochi giorni: nato dalla sensazione che tutti i pezzi si stessero incastrando al posto giusto e dal sentirsi chiamati a qualcosa di grande. Col passare dei mesi, questo sì ha smesso di essere la risposta a una domanda. Non abbiamo fatto nulla di straordinario per essere qui eppure siamo stati chiamati. Qualcuno ha visto in noi delle potenzialità che forse noi stessi non vedevamo, e ha creduto che potessimo farcela. È questo sguardo che ci fa sentire all’altezza: se qualcuno ha creduto in noi, chi siamo noi per non credere in noi stessi? Ed è per questo che viviamo questo sì come una missione.
Un equilibrio nuovo. Ma dire sì a un anno intero significa anche fare i conti con tutto il resto. Significa lasciare la propria quotidianità per un ritmo completamente nuovo, in un luogo di cui non parliamo la lingua e non conosciamo la cultura, dove anche le cose semplici torneranno a essere difficili. Significa mettere in pausa gli studi e i nostri progetti lavorativi e sapere che vivremo tutti i momenti importanti – piccoli e grandi – delle persone a noi care attraverso i loro racconti e le videochiamate. Significa prendere consapevolezza che la vita qui andrà avanti e che sarà importante per noi trovare un equilibrio nuovo nelle relazioni, fatto di cura reciproca e bene che resta nonostante la distanza. Sarebbe da incoscienti dire che non ci fa un po’ paura.
Sperimentare, vivere, esserci. Eppure, accanto alle preoccupazioni, c’è un desiderio più forte: sperimentare, vivere, esserci. Perché un anno in Corea come volontari per il Comitato Organizzatore Locale (COL) è anche questo: sentirci parte di qualcosa di bello e di grande, farci contaminare dalle diverse culture, vedere da dentro come si costruisce un evento mondiale che coinvolgerà milioni di giovani. Consapevoli che vivremo una nuova esperienza di fede: un respiro ampio, quello della Chiesa universale. Cambieranno la lingua, i ritmi, gli spazi in cui viverla, ma siamo certi che proprio in questa universalità ci riscopriremo fratelli e sorelle tutti.
(Foto Calvarese/SIR)
L’essenziale in valigia. La nostra partenza è prevista per il 26 luglio 2026. In questi giorni inizieremo a preparare le valigie e, pensandoci bene, ci rendiamo conto di quanto sia difficile racchiudere in un paio di valigie tutto ciò che servirà per un anno e poco più. Spesso non ci si accorge di quante cose facciano parte della propria quotidianità e di quanto siano, in realtà, essenziali. Una volta atterrati all’aeroporto di Incheon, saremo accolti da una realtà completamente nuova e inizieremo a confrontarci con il servizio che ci è stato affidato. Saremo a disposizione del Col e, poco alla volta, troveremo il nostro spazio, mettendo a disposizione non solo le nostre competenze, ma anche il nostro modo di essere e di relazionarci con gli altri. Sarà interessante confrontarsi con un’organizzazione diversa dalla nostra, caratterizzata da regole, ritmi e modalità di lavoro differenti. Questa esperienza ci offrirà l’opportunità di ampliare il nostro sguardo, imparando a adattarci a nuovi contesti e ad accogliere prospettive diverse.
Tempo dei saluti. In questi mesi accompagnati dalla Pastorale giovanile nazionale abbiamo avuto modo di scoprire di più sulla cultura coreana, sulle Gmg e grazie a questo abbiamo iniziato a immaginarci qualcosa di quello che ci aspetterà. Ma il vero momento di realizzazione lo stiamo vivendo in questi giorni in cui sono cominciati i saluti di chi resta ad aspettarci. Ed è proprio nei saluti che una partenza diventa vera. Quando ci sentiamo scoraggiati, o sentiamo di non avere tutte le risposte, c’è una frase che ci ricorda perché lo stiamo facendo: il tema stesso di questa Gmg, “Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo”.
The post Gmg Seul 2027. Parte l’avventura di Mariasole e Emanuele, volontari italiani in Corea first appeared on AgenSIR.