Oltre un milione di sfollati interni, villaggi svuotati dai bombardamenti e una tensione sociale in aumento: è il quadro tracciato da Silvia Zucconelli, rappresentante dell’ong Pro Terra Sancta, impegnata in prima linea nell’assistenza alla popolazione colpita dalla guerra tra Israele e Hezbollah. Secondo quanto riferito al Sir, il conflitto ha provocato un massiccio esodo dal sud del Paese, in particolare dalle aree di confine con Israele, verso Beirut e le regioni settentrionali considerate più sicure. Bombardamenti e ordini di evacuazione stanno costringendo gli abitanti ad abbandonare decine di villaggi. “Le persone stanno lasciando il sud, la periferia sud di Beirut e la valle della Bekaa per spostarsi soprattutto verso il nord”, spiega Zucconelli. Molti trovano riparo in scuole pubbliche riconvertite in centri di accoglienza, con la conseguente sospensione delle attività didattiche.
Bombardamenti e tensioni sociali. Negli ultimi giorni, la crisi si è aggravata ulteriormente a causa di attacchi mirati anche in aree ritenute relativamente sicure, incluse zone a maggioranza cristiana o sunnita. “Colpiscono obiettivi specifici, ma causano anche vittime civili”, osserva l’operatrice. Questo sta alimentando tensioni tra le comunità, in particolare tra cristiani e sciiti. “Sta emergendo una forma di rifiuto che rischia di trasformarsi in discriminazione”, avverte. Un fenomeno che riporta alla memoria il trauma della guerra civile e che suscita forte preoccupazione nella popolazione.
(Foto Pro Terra Sancta)
Sistema di accoglienza al limite. Il sistema di accoglienza è ormai sotto pressione. Nonostante gli sforzi del governo, che ha messo a disposizione centinaia di rifugi, le strutture non sono sufficienti. Molti sfollati vivono in tende lungo il lungomare o in sistemazioni di fortuna. Un recente bombardamento nei pressi di un accampamento ha causato morti e feriti, spingendo ulteriormente le persone a spostarsi. “Ora cercano rifugio da parenti, in hotel o restano per strada”, riferisce Zucconelli. In alcune aree, inoltre, si registrano difficoltà di convivenza: “In certi edifici non vengono più accolte persone provenienti dal sud”.
Emergenza umanitaria: sanità e assistenza. I bisogni primari restano enormi: cibo, medicinali e beni essenziali. Le organizzazioni umanitarie, tra cui Pro Terra Sancta, sono attive con distribuzioni e assistenza sanitaria. “In particolare lavoriamo sul piano medico, distribuendo farmaci e seguendo pazienti con malattie croniche”, spiega la rappresentante di Pro Terra Sancta. “Sono attive anche cucine comunitarie per garantire pasti pronti agli sfollati, soprattutto dove non è possibile cucinare”. Cresce inoltre la necessità di supporto psicologico: “Le persone sono traumatizzate e iniziano a emergere tensioni anche all’interno dei centri di accoglienza”.
(Foto Makari/Sir)
Il ruolo della Chiesa e delle comunità locali. Un contributo fondamentale arriva dalle realtà ecclesiali, in particolare dalla Custodia di Terra Santa e dalle comunità locali. Parrocchie, conventi e istituzioni religiose accolgono numerosi sfollati, offrendo ospitalità e assistenza. “Collaboriamo con francescani e religiosi maroniti che mettono a disposizione strutture e aiuti concreti”, sottolinea Zucconelli. Tuttavia, anche queste realtà operano con risorse limitate. L’appello dell’ong è chiaro: servono fondi immediati per continuare le attività. “Con le risorse attuali possiamo andare avanti solo uno o due mesi”, avverte Zucconelli. Le priorità riguardano assistenza sanitaria, supporto psicologico e distribuzione di beni essenziali, in particolare per bambini e anziani. “Il numero dei beneficiari cresce ogni giorno e la crisi è destinata a durare mesi”.
Timori e speranza. Anche in caso di cessate il fuoco, il ritorno degli sfollati appare incerto. Molte abitazioni sono state distrutte e il rischio è quello di una crisi sociale prolungata, con nuove tensioni e problemi di sicurezza. Nonostante tutto, emerge anche un segnale di speranza. “Le persone continuano a lavorare e a portare avanti la loro vita”, conclude Zucconelli. “I libanesi non si fermano: questo dà la forza di guardare avanti, anche in una situazione così difficile”.
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