Il feroce conflitto in Sudan e quello decennale nella Repubblica democratica del Congo, aggravato dall’epidemia di Ebola. Il riaccendersi della violenza in Sud Sudan, nel Tigray in Etiopia. Ma anche gli scontri e i bombardamenti in Libano, l’insicurezza in Ciad, nel nord del Mozambico, nel nord ovest della Nigeria, il terremoto in Venezuela. Sono tante le situazioni di “guerre, violenze, tremende crisi alimentari, persecuzioni, ingiustizie, instabilità politiche, catastrofi naturali e migrazioni forzate” che sta sperimentando il mondo in questi anni, come ricorda la lettera che il Consiglio generale dei Missionari Comboniani ha inviato la settimana scorsa “alle comunità che vivono nelle terre della prova”. Un gesto di vicinanza per stare accanto a chi vive “una sofferenza profonda, sia per le comunità comboniane, sia per le comunità cristiane”. Lo conferma al Sir da Lisbona il Superiore generale dei Comboniani padre Luigi Fernando Codianni. La sua voce rappresenta circa 1.470 comboniani nel mondo, originari di 48 Paesi e presenti in 41 Paesi tra Africa, America, Asia ed Europa. La maggioranza svolge la propria missione in Africa e quasi il 10% si trova ad affrontare ogni giorno prove durissime. Eppure, nonostante tutto, sceglie di restare accanto alla popolazione. Per questa coraggiosa presenza “nelle terre della prova” sono considerati nella lettera “maestri della nostra fede”. Padre Codianni ci dice oggi che la richiesta urgenza dei missionari sul campo sono soprattutto gli aiuti umanitari: “Cibo, vestiti e tutto ciò che è indispensabile per affrontare la grave carenza di beni di prima necessità nei mercati”.
(foto: L. Codianni)
Perché il Consiglio generale dei Comboniani ha sentito il bisogno di scrivere questa lettera?
Da diverso tempo come Consiglio generale volevamo essere più vicini a queste situazioni. Guardando a quanto accade in Sud Sudan, Sudan, al confine tra Etiopia ed Eritrea, in Ciad, nella Repubblica Centrafricana, in Mozambico, ci rendevamo conto che da anni esiste una sofferenza profonda, sia per le comunità comboniane sia per le comunità cristiane. Abbiamo sentito il bisogno di mandare un segnale di speranza, dicendo: noi ci siamo. Anche se non siamo sul posto e siamo impegnati soprattutto nella gestione dell’Istituto, non dimentichiamo queste realtà. È stato anche un modo per ringraziare tutti i comboniani e i responsabili delle comunità, perché hanno scelto di restare e, proprio nei momenti più difficili, hanno deciso di non arrendersi.
Può farci un esempio tra le decine e decine di comunità comboniane che vivono nelle “terre della prova”?
Penso alla comunità di Mumbere, nella Repubblica Democratica del Congo, dove continuano conflitti e violenze ad opera di gruppi ribelli di cui è difficile persino comprendere l’origine. Eppure, i comboniani hanno mantenuto aperto l’ospedale e sono rimasti accanto alla popolazione nonostante tutte le difficoltà. Nella lettera abbiamo scritto che
queste comunità sono per noi maestri di fede,
perché siamo edificati dalla loro testimonianza, dalla loro resilienza e dalla volontà di andare avanti nonostante tutto. Hanno scelto di restare e di essere un presidio di speranza in mezzo a queste realtà.
Che riscontro ha avuto la lettera?
È stata molto apprezzata. È stata letta in tutte le comunità e nei vari progetti dell’Istituto, e molti ci hanno detto di essere contenti di sentire la vicinanza della Direzione generale.
I comboniani raramente arrivano al punto di chiudere le missioni. Conferma questa scelta di restare?
Esatto. Oggi siamo l’unica congregazione maschile rimasta in Sudan. Certo, le difficoltà ci sono, ma insieme ai nostri confratelli abbiamo scelto di restare. Non ce la siamo sentita di tradire la fiducia delle persone. Vogliamo continuare a essere un presidio di speranza in queste situazioni. Lo stesso vale per Beirut, in Libano, dove continuiamo a mantenere aperta la casa di formazione pur sapendo che gli scontri e i bombardamenti non sono cessati. E così anche a Kosti, in Sudan: ogni notte ci sono droni che bombardano, eppure i confratelli sono rimasti.
Non è una scelta eroica per dimostrare quanto siamo bravi. È il senso del dovere che ci spinge a non tradire la speranza di persone che vogliono continuare a vivere e a costruire il proprio futuro.
Tra l’altro, proprio in Sudan stiamo accompagnando il ritorno delle persone verso Khartoum e gli altri centri. È un esodo al contrario, un rientro nelle proprie case.
Sudan – (foto: Comboniani)
Come sta andando il rientro delle persone a Karthoum, in Sudan?
Bene. Abbiamo anche presentato alcuni progetti, perché i vescovi locali ci hanno chiesto di contribuire alla ricostruzione del tessuto delle comunità. Ci hanno affidato la formazione dei leader locali, perché molti di loro sono stati costretti a fuggire. Vogliamo quindi rafforzare le comunità cristiane, sostenendole nell’evangelizzazione e nella formazione.
E in Sud Sudan? Nonostante l’accordo di pace del 2018, le violenze sembrano riprendere.
Sì, purtroppo è così. Anche monsignor Christian Carlassare, comboniano e vescovo di Bentiu, dove la tensione è costante, lo ha detto più volte: i conflitti stanno tornando, magari in forme meno visibili rispetto ad altri contesti, ma stanno riprendendo. Penso, ad esempio, alla zona di Fangak, dove la popolazione vive continuamente in una situazione di precarietà e di insicurezza.
Come si gestisce una comunità missionaria così grande in un contesto mondiale di conflitto permanente, considerando che lo scenario internazionale non lascia ben sperare?
Per noi la cosa più importante è la presenza. Cerchiamo di stare accanto alle persone, di costruire insieme a loro percorsi che aiutino a gestire le tensioni e le difficoltà quotidiane. Purtroppo, a livello internazionale gli aiuti sono sempre più limitati. Le grandi agenzie stanno attraversando un momento difficile e questo rende tutti gli scenari molto più fragili. Così, insieme alle persone con cui lavoriamo, cerchiamo di costruire un presente meno duro possibile.
Anche i missionari fanno i conti con la diminuzione delle risorse per gli aiuti umanitari?
Sì, certamente. Anche la decisione dell’amministrazione Trump di ridurre in modo significativo i fondi destinati alla cooperazione internazionale ha avuto un effetto a catena, aggravando ulteriormente la situazione. Noi come congregazione cerchiamo di fare quello che possiamo. Sono piccoli interventi, ma servono almeno ad alleviare le carenze più gravi che la popolazione vive ogni giorno.
Quali sono oggi le richieste più urgenti che arrivano dai missionari sul campo?
Soprattutto aiuti umanitari: cibo, vestiti e tutto ciò che è indispensabile per affrontare la grave carenza di beni di prima necessità che si registra nei mercati.
Abbiamo aperto una raccolta fondi per il Congo, in particolare per il Nord Kivu, e ora stiamo preparando un’iniziativa analoga per il Sudan.
Stiamo aspettando una lettera-appello da parte del vescovo di El Obeid, che ci aiuterà a comprendere meglio la situazione sul campo. Oggi vaste aree del Darfur e del Kordofan sono praticamente irraggiungibili. Appena avremo un quadro più preciso, come Istituto ci faremo carico di sostenere anche quella popolazione.
E le emergenze per voi più pressanti?
Soprattutto il Sudan e la R.D. Congo, dove abbiamo nostri missionari. Ci siamo mobilitati anche per il terremoto in Venezuela, aprendo una linea di sostegno economico per le comunità colpite appoggiandoci alla Caritas locale. Abbiamo lanciato un appello a tutto l’Istituto e le varie Province si stanno già mobilitando. Poi invieremo tutto alla Caritas venezuelana, che conosce i bisogni del territorio.
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