A 15 anni esatti dall’indipendenza e a otto dal faticoso processo di pace tra il presidente Salva Kiir, e il suo vice Riek Machar, il Sud Sudan è sempre sull’orlo di una guerra civile. La Cooperazione allo sviluppo porta però speranza e contribuisce all’occupazione e alla crescita dei giovani.
Una questione di fortuna… Theresa e August Sorry sono due studenti del Rumbek Health Institute, la scuola per ostetriche e ostetrici della capitale. Non è per nulla scontato studiare in questo Paese costantemente provato dalla violenza interna. “Le ragazze in Sud Sudan sanno che il loro diritto all’istruzione è una questione di fortuna. Dipende totalmente dalla volontà degli uomini, che hanno il controllo su di loro: trovare un uomo che riconosca il valore dell’istruzione è come vincere alla lotteria”. Questo spiega Magdalen Awor, ostetrica e tutor del Cuamm a Rumbek. E in effetti è proprio così: una questione di fortuna, talvolta, anche di opportunità colte e di Cooperazione allo sviluppo.
(Foto Nicola Berti – Cuamm)
L’aiuto della Chiesa italiana. Come quella della Ong Cuamm che realizza in Sud Sudan uno dei progetti più interessanti di questi anni, grazie anche al finanziamento dell’8 per mille della Chiesa cattolica tramite la Cei. Il Cuamm sostiene una scuola per ostetriche, il Rumbek Health Institute, che dal 2020, ogni anno forma circa 20 professionisti sanitari anche grazie alle borse di studio garantite proprio dalla Ong guidata da don Dante Carraro. Ogni storia di formazione qui è un piccolo mattone, un’opportunità di sviluppo per la nazione più giovane e più povera del mondo. La tenuta della pace è sempre labile: un attacco armato nello Stato di Warrap, nel nord-ovest, ha fatto 25 morti giorni fa e la guerra civile è una minaccia incombente. “Improvvisamente i miei desideri non contavano più nulla, non potevo più decidere se continuare a studiare o no. Qualcun’altro voleva scegliere per me”, racconta Theresa, 23 anni, oggi studentessa di ostetricia presso la scuola di Rumbek.
Si muore per dare la vita. Tra un anno lei sarà un’ostetrica professionista, in un Paese dove 1.223 donne muoiono ogni 100mila nati vivi, a causa di complicazioni legate alla gravidanza. Ma il suo percorso per arrivare fin qui è stato una corsa a ostacoli: accedere alla scuola e proseguire gli studi in Sud Sudan è un privilegio, come racconta ancora Magdalen Awor. Il contesto è quello noto con qualche aggravante: Theresa Nyariak Maror ha dovuto affrontare una serie di difficoltà per completare gli studi e poter accedere alla scuola. Da bambina, mentre frequentava la scuola primaria, amava studiare: i suoi voti erano buoni e suo zio, che si prendeva cura di lei, era felice di sostenerla. Poi, a causa di un incidente, lo zio muore e improvvisamente la vita di Theresa cambia. È costretta ad abbandonare il suo villaggio e la scuola, proprio nello Stato di Warrap, il più in bilico e pericoloso, per trasferirsi lontano, dove altri membri della famiglia si sarebbero presi cura di lei. “Nessuno aveva mai osato chiedermi di occuparmi del bestiame quando mio zio era vivo, ma un anno dopo la sua morte, quella era la mia unica opportunità. Non riuscivo a capirne il motivo. Non volevo accettare quella decisione, non potevo tollerare che altri decidessero per me”.
“Noi siamo rimasti”. Abbandonare la scuola per dedicarsi alle faccende domestiche, incluso il bestiame, è il destino di molte ragazze in Sud Sudan. Accade spesso quando il capo famiglia muore e qualcun altro deve prendersi cura di loro. Ma non ci sono solo le donne a Rumbek e non solo per loro la vita è dura. “Mi chiamo August Sorry Peter, ho 25 anni e sono nato qui a Lui. Lavoravo con Medici con l’Africa Cuamm come aiuto infermiere nella sala operatoria, poi ho deciso di iscrivermi a questa scuola e così ora sono uno studente dell’Istituto di scienze sanitarie a Lui”, racconta un altro studente. “Molto tempo fa, quando qui è iniziata la guerra e le persone sono scappate, io e la mia famiglia abbiamo deciso di restare – spiega –. Siamo rimasti qui e quando cominciavano a sparare troppo andavamo a nasconderci dietro le rocce, rimanendo là per un po’. Quando la situazione si calmava facevamo ritorno alla nostra casa. In passato, durante la guerra, eravamo preoccupati perché non sapevamo quello che sarebbe successo. Ora la situazione pare essersi calmata, adesso la vita è bella, sono felice e non ho più paura”.
“Mi chiamo Sorry, Scusa”. Per August Sorry questa scuola ha significato una rinascita totale, perché “ci sono molti amici che provengono da etnie e parti diverse del Paese e stiamo tutti assieme”, dice. “Nessuno si sente in pericolo, viviamo come una famiglia, come una comunità. È stata mia mamma a scegliere il nome Sorry, perché sono nato in un periodo in cui la gente non aveva niente. Così mia madre mi disse che era dispiaciuta di avermi messo al mondo in una simile situazione e così ha deciso che quel bambino si sarebbe chiamato Sorry, Scusa”.
*Popoli e Missione
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