Ucraina sotto attacco. Nella notte tra il 13 e il 14 maggio i russi hanno lanciato più di 670 droni di attacco e 56 missili contro l’Ucraina. Sono stati usati missili balistici, aerobalistici e da crociera. “Queste non sono per nulla azioni di chi crede che la guerra stia finendo”, denuncia il presidente Ucraino Volodymyr Zelensky. Il bilancio delle vittime è sempre provvisorio e aumenta di ora in ora. Solo a Kyiv, è salito a 24 morti, tra cui tre bambini. Secondo i servizi di emergenza della capitale, l’offensiva di Mosca, una delle più intense degli ultimi mesi, ha provocato anche 47 feriti, mentre le operazioni di soccorso tra le macerie degli edifici colpiti proseguono senza sosta. Ad essere particolarmente colpito, il quartiere di Darnytskyi dove per ore hanno lavorato i servizi di emergenza per salvare le persone. Con le luci del giorno, si contano i danni. In venti zone della città sono stati colpiti palazzi, una scuola, una clinica veterinaria e altre infrastrutture civili. Zelensky segnala danni anche nella regione di Kiev e “attacchi terroristici” contro infrastrutture energetiche a Kremenchuk e nel porto e in zone residenziali di Chornomorsk. Nelle ultime ore, è Ukrainska Pravda a diffondere la notizia che un nuovo attacco di droni russi ha provocato incendi in aree difficilmente raggiungibili nella zona di esclusione di Chernobyl. Per fortuna, l’Agenzia statale per la prevenzione e il controllo delle armi nucleari assicura che nonostante i roghi, il livello di radioattività nella zona di esclusione non supera i limiti di controllo ma sottolinea: “gli attacchi russi rappresentano ancora una volta una minaccia per l’ecosistema”.
“La situazione è davvero disperata”, racconta da Kyiv mons. Oleksandr Yazlovetskyi, vescovo ausiliare della diocesi di Kyiv-Zhytomyr e presidente di Caritas-Spes Ucraina.
“I russi hanno appena celebrato la Festa della Vittoria e durante quei giorni, non ci hanno bombardato. Ma tutto ciò che hanno risparmiato in quel periodo di tempo lo stanno recuperando ora: più di mille droni pesanti, quelli di fabbricazione iraniana, insieme a missili balistici, sono stati lanciati in un’unica ondata a partire da ieri. Per tutta la notte sono risuonate le sirene d’allarme, che si sono spente solo poco fa. Per ore si sono sentiti boati fortissimi: i palazzi tremavano, uno dopo l’altro. Da persona credente, non posso fare a meno di notare che gli attacchi sono avvenuti il 13 maggio che è il giorno della Madonna di Fatima, che invitava a pregare per la conversione della Russia”.
Il vescovo continua: “I nostri militari non sono riusciti a intercettare tutto e, anche quando sono riusciti a colpire i bersagli, i detriti sono comunque caduti causando danni. Un edificio di nove piani è stato gravemente colpito. Si parla purtroppo ancora di morti e oltre quaranta feriti, tra cui anche bambini. Alcuni nostri sacerdoti sono andati subito sul posto e hanno trovato al lavoro i servizi di emergenza che rapidamente sono intervenute per prestare soccorso alle persone colpite e a quelle sotto le macerie. Non ci hanno quindi permesso di entrare. Noi, da parte nostra, continuiamo a pregare”. Il vescovo racconta di aver avuto occasione di incontrare molte persone, nonostante gli allarmi e il rischio di ulteriori bombardamenti. “Parlare con loro è stato toccante”, racconta. “Quasi tutti mi hanno detto di non aver dormito, specialmente chi ha bambini. Eppure, pochi hanno lasciato le proprie case per rifugiarsi nei bunker o nelle stazioni della metropolitana. La gente, in un certo senso, si è abituata alla guerra: resta in casa, si rifugia magari nel bagno e prega. È diventata una sorta di normalità, per quanto drammatica”.
Il vescovo osserva: “molti parlano, anche nel linguaggio diplomatico, di tregua e cessate il fuoco. Potrebbero sembrare un buon punto di partenza per costruire la pace. Tuttavia, nella realtà, i russi sembrano utilizzare queste pause solo per riarmarsi: risparmiano missili e risorse per colpire con maggiore intensità subito dopo. Da parte loro non si vedono reali segnali di buona volontà. Le condizioni che pongono come prerequisito per avviare negoziati, per gli ucraini non sono accettabili”.
“Quello che più ci scoraggia è sentirci dimenticati”, conclude mons. Yazlovetskyi.
“Capisco che sia facile fare del bene e aiutare qualcuno in modo occasionale. Ma assumersi una responsabilità duratura verso una persona o una situazione richiede un coraggio che non tutti hanno. Per questo continuiamo a chiedere sensibilità, vicinanza e sostegno: anche solo con la preghiera o con parole di incoraggiamento”.
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